Il mese di gennaio è storicamente molto favorevole alle azioni, con un rendimento di 1,76%, il più alto dell’anno e ben superiore a quello medio, pari a 0,95%. Di converso, il ritorno generato dai mesi che vanno da giugno a settembre è pari a 0,53%, poco più di metà della media. Considerazioni analoghe potrebbero essere fatte per i mercati europei, sia pure su serie storiche più brevi (3).
La stagionalità, o anomalie di mercato, come vengono più correttamente definiti questi fenomeni, sembra in contrasto con la teoria dell’efficienza dei mercati.
Per questa ragione la letteratura finanziaria si è occupata estensivamente del fenomeno per cercare di trovarne le cause. Le ipotesi che sono state fatte nel corso del tempo sono molte. Gli studiosi hanno spiegato il cosiddetto january effect alla luce del rimbalzo delle quotazioni azionarie dopo le vendite effettuate a fine anno per ragioni di tipo fiscale, o per evitare di mostrare nei rendiconti di gestione determinati titoli. L’effetto Halloween è stato razionalizzato alla luce di particolari tendenze settoriali e del più elevato profilo di rischio che caratterizzerebbe il periodo ottobre-maggio nei mercati azionari. In alcuni casi, le teorie sono fantasiose, come quella che ha messo in relazione il peggior andamento borsistico dei mesi estivi con l’arrivo della bella stagione e con la volontà di concentrarsi sulle vacanze piuttosto che sulla gestione dei propri investimenti (4). Ma nessuna analisi è mai arrivata a conclusioni sufficientemente solide e condivise dalla comunità scientifica.
Alcune caratteristiche delle anomalie di mercato sono però state messe a fuoco. E meritano di essere indicate.
La prima è che le più antiche evidenze dell’effetto “sell in may and go away” possono essere trovate addirittura nel 1694 . La seconda è la buona continuità con la quale le anomalie si riscontrano su orizzonti temporali molto estesi. La terza riguarda la presenza della stagionalità anche sulle borse dei Paesi Emergenti e non solo sui mercati dei Paesi sviluppati.
Identificare una regola di comportamento, una strategia d’investimento, soltanto sulla base di queste tendenze di lungo termine non sarebbe però ragionevole. Ci sono infatti significative eccezioni che smentiscono la regolarità di lungo periodo descritta, la più rilevante e ovvia delle quali è legata ai periodi di recessione, in cui il deterioramento dei fondamentali delle aziende e dell’economia è tale da spingere i prezzi al ribasso anche nel periodo storicamente più favorevole per l’investimento in azioni. Si sono inoltre verificati episodi non prevedibili, come il crollo dei mercati del 19 ottobre 1987 o il fallimento della banca americana Lehman Brothers del 15 settembre 2008, che con i loro pesantissimi effetti sui prezzi di borsa di quelle giornate hanno determinato un pessimo rendimento dei mesi successivi, al contrario di quello che l’analisi di lungo periodo suggerisce.
L’osservazione delle anomalie di mercato è comunque un elemento utile che può essere incorporato tra i fattori utilizzati dai modelli di gestione quantitativa per impostare le proprie strategie di portafoglio.
(3) Dati dal 1980 al 2011, a seconda degli indici considerati. Si veda: Dissecting Stock Market Myths – JPM – Aprile 1011.
(4) Sven Bouman e Ben Jacobsen. The halloween indicator. Luglio 2001