Chi ci sperava – ed erano parecchi – è rimasto deluso. L´approvazione negli Stati Uniti della tanto discussa riforma sanitaria per fornire le cure anche ai meno abbienti, non ha fatto scattare il rally dei farmaceutici. Nell´ultimo mese (fino al 7 luglio) l´indice Msci mondiale del comparto ha perso il 2,9%, fermando a +2% la performance da inizio anno. Chi ha sbagliato "Dobbiamo ammettere di aver fatto un errore di valutazione", confessa in un report Alex Morozov, analista di Morningstar. "Pensavamo che l´approvazione della nuova legge avrebbe dato il via a rialzi generalizzati nel comparto. Così non è stato". La colpa, tuttavia, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, in parte è delle stesse case farmaceutiche che nei bilanci hanno già inserito i costi futuri che il nuovo sistema comporterà. "Soprattutto per quanto riguarda l´abbassamento dei prezzi dei medicinali", dice il report. "Questo ha appesantito le previsioni di utile per azione (uno dei sistemi per calcolare la redditività di un´azienda, ndr) di almeno il 5% all´anno fino al 2013". Vantaggi nel lungo periodo Eppure la riforma, secondo l´analista, pur avendo effetti negativi sui conti delle aziende del pharma nel breve termine, avrà implicazioni positive nel lungo periodo. "Il volume di nuovi pazienti che saranno coperti dall´assicurazione sanitaria permetterà di compensare l´aumento dei costi già nel 2014", continua Morozov. "Senza contare che i programmi di ristrutturazione portati avanti negli anni scorsi per far fronte alla crisi mondiale, stanno già dando i loro frutti a livello di bilanci". Gli europei sono più forti La situazione americana ha pesato sulle quotazioni dei titoli europei, anche se le prospettive di questi ultimi sembrano migliori. "Prima di tutto possono contare sulla debolezza dell´euro che le rende più competitive", spiega lo studio. "Inoltre, grazie alla forte diversificazione geografica, stanno risentendo poco della crisi del debito sovrano del Vecchio continente". Il mercato greco delle aziende farmaceutiche, ad esempio, contribuisce solo per l´1% al fatturato della maggior parte dei gruppi europei "Più in generale, il Vecchio continente rappresenta il 30% del loro giro d´affari", precisa il report. "Tutto il resto arriva da altri mercati internazionali". Una scelta di globalizzazione inevitabile, visto che in Europa, dove i prezzi dei medicinali in molti Paesi sono controllati dallo Stato, è molto più difficile essere competitivi. Il problema, in questo caso, è per i gruppi americani. "L´Europa, ad esempio, contribuisce per un terzo ai conti di Eli Lilly", dice Morozov. "Una moneta unica debole, di certo non li aiuta". Al mercato piacciono le nozze Dal punto di vista operativo, l´elemento interessante sono le operazioni di fusione e acquisizione che avvengono nel settore. L´americana Astella ha acquistato Osi Pharmaceuticals per 4 miliardi di dollari. Abbott ha allargato la sua presenza sui mercati emergenti facendo shopping di produttori di farmaci generici indiani per un totale di 3,7 miliardi. Più di 2,5 miliardi sono stati spesi da Covidien per aggiudicarsi EV3. "Per il futuro del settore farmaceutico ci attendiamo altre ondate di consolidamento", commenta l´analista. "I due elementi che spingeranno la nuova fase di merger & acquisition saranno la presenza di medicinali per trattamenti terapeutici di nicchia (interessanti in questo senso le aziende biotecnologiche) e la possibilità di allargare i propri affari nelle aree emergenti". |