Meglio non fidarsi della ripresa dei finanziari. L´avviso è stato lanciato dagli analisti, secondo cui la situazione in cui si trova il comparto è ancora troppo incerta per prendere una posizione netta, nonostante la crescita dell´indice Msci di settore che nell'ultimo mese (fino al 25 giugno) ha guadagnato il 3,3%. In Europa i Pi(i)gs fanno ancora paura La spada di Damocle che continua ad aleggiare sugli istituti di credito in Europa è ancora la crisi del debito governativo della regione. "Mentre molte banche hanno rivelato la loro esposizione nei confronti della obbligazioni greche, poche lo hanno fatto riguardo a quelle portoghesi e ancora meno hanno detto su quelle spagnole", spiega uno studio firmato da Matthew Warren, analista di Morningstar. "Gli investitori dovrebbero essere cauti con i titoli delle banche domiciliate nell´area Piigs (l´acronimo con cui vengono indicati Portogallo Irlanda, Spagna e Grecia, ma questa volta gli operatori includono anche l´Italia, ndr). A livello di valutazioni, soprattutto se confrontate con i guadagni futuri sembrano interessanti, ma l´esperienza del passato con l´Irlanda ci insegna che in questi casi la prudenza non è mai troppa". Interventi blandi Il problema secondo l´analista è che i centri di manovra europei sono intervenuti in maniera troppo morbida per trovare una soluzione al problema dei Paesi che non sono in grado di far fronte alla scadenza dei propri bond. "Bce ed Ue hanno mostrato l´intenzione di affrontare la questione quando hanno annunciato di volersi fare carico di una parte dei debiti in scadenza e di voler concedere prestiti – insieme al Fondo monetario internazionale – a chi ne ha bisogno", spiega Warren. "Se la stanno prendendo comoda, invece, per quanto riguarda i dettagli di questa operazione. E questo crea un clima di incertezza. C´è bisogno di dare un segnale di intervento più forte, soprattutto in un momento in cui si chiedono ai Paesi sacrifici sicuramente necessari, ma che rischiano di mettere in pericolo una ripresa che, più volte, ha dimostrato di essere zoppicante". Il pericolo cinese Le cose non vanno meglio per le banche asiatiche – e soprattutto cinesi – che vengono attentamente scrutinate dagli analisti di Fitch. "La crescita dei prestiti erogati dal 2008 le ha messe in una posizione pericolosa", spiega uno studio dell´agenzia di rating americana. "La maggior parte dei crediti che sono stati concessi, sono andati ai progetti dei governi locali e a quelli legati al real estate. Ed esistono forti dubbi che possano dare dei ritorni nel medio termine". Il problema, secondo Fitch è che la posizione finanziaria delle banche della Cina è molto più scricchiolante di quello che sembra. "Questo potrebbe essere un problema nel caso ci sia bisogno di nuove manovre di stimolo per far fronte a un´eventuale recessione". Le manovre di Pechino Un´eventualità tutt´altro che remota. Il Paese del Drago, nel primo trimestre dell´anno, ha registrato una crescita vicina al 12% rispetto allo stesso periodo dell´anno scorso: il ritmo più veloce degli ultimi tre anni. In questa situazione il governo centrale sta cercando di mettere in campo una serie di misure per rallentare la corsa. Fra queste ci sono i tagli dei prestiti per l´acquisto delle seconde e terze case. Inoltre ha imposto alle autorità regionali e provinciali di iniziare a restituire i soldi alle banche con gli interessi e di completare i progetti già avviati prima di iniziarne altri. Gli istituti finanziari, dal canto loro, entro la fine di giugno dovranno dare una situazione chiara e aggiornata della loro esposizione nei confronti dei debitori. "Alcuni istituti stanno già impacchettando questi crediti in prodotti strutturati che potrebbero dimostrarsi pericolosi", continua Fitch. Usa, attenzione anche ai piccoli La situazione è complessa anche negli Stati Uniti. "Di solito si parla dei problemi e dei successi delle grandi banche", dice Warren di Morningstar. "Nessuno sembra curarsi dello scenario completo". Secondo i dati forniti dal Federal Deposit Insurance Fund (FDIF, l´organismo che ha il compito di distribuire i fondi governativi raccolti nel Tarp per salvare le banche in pericolo), nel primo trimestre del 2010 sono falliti 42 istituti di credito. Da fine marzo a metà giugno il numero è salito a 83. A questi vanno aggiunti i 140 finiti a gambe all´aria nel 2009 e i 25 del 2008. "A questo ritmo il numero di banche chiuse entro la fine dell´anno potrebbe essere superiore a 150, se non a 500", dice l´analista. "La questione sta diventando seria. Il Congresso sta pensando di rifinanziare il Tarp con fondi destinati agli istituti più piccoli. Sono sempre di più, però, le voci secondo cui non si possono spendere all´infinito i soldi dei contribuenti per salvare gli istituti che dovrebbero fallire". |